Cultura e Istituzioni a Palazzo Cusani

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Alcuni rappresentanti delle istituzioni milanesi sono stati invitati a Palazzo Cusani dal Circolo di Cultura e Scienza Piri Piri a riflettere sul tema "Cultura e Istituzioni". Ne è uscito un ricco dibattito con prospettiva multi-istituzionale, convergente sui valori di etica, giustizia e legalità e sui richiami storici alla cultura occidentale.

Camillo De Milato, Presidente del Circolo, nella sua introduzione sposa decisamente l’idea di istituzioni che devono essere autorevoli, perché costruite sulla cultura e richiama in modo implicito le preoccupazioni per le non edificanti vicende giudiziarie pubbliche di questi giorni, che rischiano di scavare ulteriori solchi fra le istituzioni e i cittadini e di accentuare le derive populiste. Un’ottica molto lombarda, come quella manzoniana delle riflessioni sull’assalto ai forni. Presenta i relatori, sottolineandone le specifiche responsabilità istituzionali e richiamando le finalità del Circolo di cultura e scienza.

Antonio Pennino, Generale, Comandante del Comando Esercito Lombardia, interviene per fare gli onori di casa, salutando tutti i partecipanti all’incontro. Ma tocca anche il tema della serata, asserendo che la conoscenza della cultura degli altri popoli aiuta nella gestione delle operazioni di supporto alla pace. Sottolinea la necessità di un’istituzione come l’Esercito di aprirsi alla cooperazione con persone della società civile, che possiedono già le conoscenze che servono e che non ci sono nell’esercito. E’ un modello di cooperazione che si attua con lo stretto rapporto con diverse istituzioni cittadine e con la promozione di un progetto sulla legalità con le scuole lombarde: al centro il tema molto sentito delle regole, atteso che senza le regole non si può costruire una società ordinata.

Gaetano Galeone, Avvocato, Presidente della Società del Giardino, introduce il suo discorso sul ruolo dei circoli milanesi con un excursus storico sul rapporto fra cultura e istituzioni. Il fatto che segna l’interruzione dell’asservimento della cultura alle istituzioni si verifica nella Grecia antica e in particolare col pensiero di Socrate e Platone che affermano l’autonomia della persona, sulla quale si fonda l’autonomia della cultura. Noi veniamo da lì e dobbiamo esserne consapevoli. L’Umanesimo e il Rinascimento sono state due grandi stagioni di rilancio dell’autonomia della cultura e di dialogo della cultura con le istituzioni. Questi esempi storici ci devono rendere consapevoli che dobbiamo difendere il concetto di dialogo critico fra cultura e istituzioni e che dobbiamo rispettare le istituzioni, pretendendo che siano colte. Il dovere dei circoli nei confronti della città è proprio questo: contribuire allo sviluppo della cultura, nel rispetto delle tradizioni, come stimolo per le istituzioni.

Giorgio Battisti, Generale, Comandante del Corpo d’armata di reazione rapida, affronta il tema della cultura nelle forze armate. In questo contesto la cultura potrebbe apparire come un controsenso; invece ce n’è bisogno e deve assumere le forme del rispetto, del dialogo e della conoscenza. E’ richiesta per condividere obiettivi e lavorare con persone che provengono da diverse parti del mondo. E’ richiesta nelle missioni delicate, come quella in Afganistan, nelle quali i risultati si possono raggiungere con la conoscenza dei valori di quelle popolazioni e con il rispetto.

Mario Minale, Procuratore generale presso la Corte d’appello di Milano, afferma di primo acchito che il discorso sul rapporto fra etica e magistratura è molto semplice: il giudice è sottoposto soltanto alla legge e ciò significa che non può fare altro che applicare la legge nel quadro dei principi costituzionali dello Stato di diritto. E qui il discorso potrebbe chiudersi. Ma non è così: il rischio è di cadere in un relativismo etico. Il tema è ricorrente nella storia dell’Occidente e il richiamo a Seneca ne è un esempio. Nemmeno l’impostazione americana, oggi di moda con la sua ambizione di portare la giustizia sotto la categoria della scienza, è interamente accettabile. Il lavoro del giudice deve essere guidato da principi morali, da valori condivisi con la popolazione. E’ importante avere un punto fermo al quale aggrapparci, che può e deve essere il rispetto della Legge. Ma è necessario avere un principio morale che ci permetta di distinguere il bene dal male e, questo, può realizzarsi solo se alimentiamo la nostra coscienza con la cultura.

Giuseppe Colosio, già Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia, svolge il tema dal punto di vista delle istituzioni scolastiche e formative, che sono investite da cambiamenti equivalenti a quelli che hanno dato origine all’epoca moderna, ma più rapidi. Infatti la digitalizzazione sta cambiando profondamente le modalità di produzione e di circolazione del sapere. In ogni epoca gli strumenti per la diffusione del sapere hanno determinato le forme del potere (politico, economico) derivante dal sapere, la struttura del rapporto fra produttori e fruitori, l’ampiezza dei fruitori, i processi di insegnamento e apprendimento, i materiali e i luoghi della raccolta. Nell’epoca moderna, che sotto questo profilo inizia con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, le biblioteche e l’Enciclopedia, il prodotto più maturo e significativo della modernità (che può essere considerata come indice ragionato di una sorta di biblioteca universale), sono state il motore della continuità del sapere e della sua lenta, ma inarrestabile evoluzione. Intorno ad esse sono nate le scuole di ogni tipo, le università, i centri di ricerca e i centri di amministrazione. Hanno rappresentato il cuore della legittimazione del sapere. Quest’epoca, volenti o nolenti, sta rapidamente tramontando. Già alle prime manifestazioni della rivoluzione microelettronica Jean-François Lyotard asseriva: “L’Enciclopedia del domani sono le banche di dati”. Le banche di dati condensano, a differenza dell’Enciclopedia, un sapere senza un titolare unico e alla portata di ogni utilizzatore senza alcuna mediazione, che pone problemi di legittimazione. Perciò costringe a porre la dimensione dell’etica e della legalità al centro del rapporto fra insegnamento e apprendimento; costringe a rivedere il significato del magis contenuto nella parola magister: il maestro, il docente si distinguerà sempre meno dall’alunno per la quantità di conoscenze possedute, ma piuttosto per la capacità di condurre l’alunno a “fare nuove mosse o a cambiare le regole del gioco”, cioè ad essere produttore di conoscenze. Un ulteriore, forse definitivo, durissimo colpo, dopo quello della scienza dell’epoca moderna, all’ipse dixit. L’autorità, e perciò la responsabilità, deve radicarsi nella coscienza di ciascuna persona, piuttosto che in codici fisici.Il supporto materiale cambierà, ma i testi, le opere resteranno. Digitalizzate saranno accessibili a una fascia enormemente più vasta di uomini. Che questi uomini sappiano trarre ispirazione da queste opere per contribuire alla costruzione del sapere dipende dall’educazione che avranno ricevuto.

Francesco Paolo Tronca, Prefetto di Milano, conclude il giro di tavola con la domanda: cultura delle istituzioni o cultura nelle istituzioni? la risposta è che è fondamentale la cultura nelle istituzioni. Che cosa intendiamo per cultura: sapere, conoscenza, sensibilità ai problemi della società, apprendimento da garantire ai giovani? E’ una domanda da rivolgere a tutti, ma specialmente a noi stessi. Se per i giovani c’è nella scuola un apparato di strutture e di docenti che devono favorire lo sviluppo della cultura, gli adulti la devono testimoniare. Senza cultura non si può parlare di storia, di progresso; è concetto insito nell’uomo stesso. Ci sono stati momenti nei quali la cultura ha svolto un ruolo importantissimo nelle istituzioni, spesso contrapponendosi alle istituzioni. Con l’Illuminismo è partito un processo di simbiosi. Gli uomini di cultura sono spesso diventati uomini delle istituzioni e Milano è stato un esempio. La classe più colta ha costituito l’anima delle rivoluzioni fra la fine del Settecento e nell’Ottocento. Realizzata l’unità d’Italia, le istituzioni erano scelte fra i colti; i primi parlamenti erano formati da uomini presi dalla cultura. Questo ha portato al centro della politica l’etica, la giustizia, l’attenzione ai problemi della società. Anche nel secondo dopoguerra troviamo uomini di alta cultura, quali Benedetto Croce. Successivamente i due concetti di cultura e istituzioni hanno cominciato a distanziarsi, con effetti negativi quali il pressapochismo, la facile fortuna di certe carriere, di certi percorsi di potere. Ancora di più ha valore quel rapporto: la cultura nelle istituzioni deve diventare cultura delle istituzioni. Per capire bisogna sapere. Il prefetto, ad esempio, deve svolgere un ruolo delicato di sensibilità all’avanguardia, all’evoluzione, alla democrazia, al rispetto dei diritti dell’uomo. Oggi sembra che viviamo in un momento di confusione, di sciatteria istituzionale in contrasto con la cultura, che è analisi e approfondimento. Cultura significa progresso della società, che ha bisogno di esempi e di punti di riferimento. Questo deve essere l’obiettivo degli uomini delle istituzioni. Essere maestri vuol dire trasmettere agli altri quello che si è, non quello che si sa.

Roberto Benito Benedini, Presidente del Il Sole-24 Ore, interviene nel dibattito, sottolineando con forza che siamo di fronte a un cambiamento epocale. I nostri nipoti apprendono in modo veloce, usando i mezzi tecnologici digitali. La maggior preoccupazione è che alla velocità dei ragazzi non corrisponde un’uguale capacità degli insegnanti di adattare il loro lavoro ai grandi e pervasivi cambiamenti dell’accesso al sapere. Il corpo insegnante è in ritardo e in diversi casi appiattito sugli strumenti tradizionali. La mia generazione ha costruito il proprio sapere sulla cultura del libro; ma questa cultura sta per essere soppiantata dalla cultura dell’iPad. in termini di contenuti bisogna saper coniugare la tradizione latina, più storica, con quella anglosassone, più pragmatica. L’esperienza de Il Sole-24Ore è sintomatica: in pochissimo tempo abbiamo assistito a un rapido calo degli abbonamenti cartacei al giornale e a una crescita esponenziale di quelli digitali. In questo processo inevitabile non è utile, né vantaggioso essere al traino, ma è meglio essere all’avanguardia: il ruolo essenziale è della scuola, che è giusto sappia guardare al passato, senza tuttavia essere fuori dal presente. Per la scuola il compito è percepire il cambiamento e utilizzarlo per l’insegnamento.

Alla conclusione la cerimonia di insediamento di tre nuovi cavalieri.

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